Ehi, Coronavirus, dico a te. Sì, a te. A te che hai deciso di colpire duro, con il vantaggio ignobile di essere sconosciuto, invisibile e rapidissimo. A te, che in neanche un mese hai svuotato le scuole, i negozi, le piazze e hai riempito gli ospedali.

A te, che colpisci senza distinzione gli anziani, i bambini, le donne incinte, i medici e gli infermieri che ti stanno dando filo da torcere, con i mezzi che hanno e anche con quelli che non hanno, razza di bastardo.

A te – e qui diventa una questione personale – che hai mandato a rotoli le nostre abitudini, che tieni lontani i nonni dai nipotini , che hai cancellato quella routine quotidiana che abbiamo maledetto cento volte e che adesso rivogliamo disperatamente indietro.

Coronavirus, hai sbagliato tutto. Mi hai sentito? Tutto. Perchè te la sei presa con un paese pieno di risorse, che sta reagendo come solo noi sappiamo fare.

Ti avevano raccontato che siamo indisciplinati: e invece noi stavolta obbediamo alle regole tutti insieme – con pochissime, incoscienti eccezioni – e invitiamo gli altri a farlo. Condividiamo frasi, parole, immagini bellissime del nostro paese, dando l’esempio sul web, nei giornali, in TV e, se non basta, spedendo a casa a calci in culo chi non ci rimane e non ha una buona ragione per farlo.

Ci chiudi in casa? E noi ci affacciamo alle finestre, usciamo sulle terrazze, ci diamo appuntamento per suonare, fisicamente lontani ma tutti insieme: non è un flash mob, è la più grande jam session della storia, roba da far impallidire il Million Dollar Quartet.

Noi spieghiamo ai bambini che sei soltanto “un raffreddore più grosso del solito“. Come ci si sente, eh, Coronavirus, ad essere declassati così? Sai perchè lo facciamo? Perchè vogliamo che i nostri piccoli ritrovino la normalità, quella normalità quotidiana che per loro è vitale. E allora i bambini disegnano fiori, arcobaleni, persone che sorridono, e appendono i loro disegni sulle porte, ai cancelli, nelle case. “Andrà tutto bene“, scrivono: e non sanno quanto bene fanno a noi grandi, perchè i pensieri positivi sono la prima cura.

Noi italiani siamo quelli che si inventano l’aperitivo via skype, e ci ridono pure su. Quelli che applaudono dalle finestre, perchè tutti ci meritiamo un applauso: per come stiamo reagendo, per incoraggiarci a vicenda, per ringraziare e sostenere chi è in prima linea tutti i giorni.

E in prima linea ci sono loro: gli infermieri, i medici, gli operatori sanitari, i farmacisti che stanno lavorando giorno e notte negli ospedali, nelle case di cura, nei laboratori. Sono loro i nostri capitani, quelli che hanno detto un “lo giuro” di cui forse solo ora capiscono fino in fondo la portata.

Qui in Italia sei stato isolato per la prima volta, proprio in uno dei nostri ospedali: i-so-la-to. E’ il primo passo per trovare una cura, per capire come sei fatto, per scoprire i tuoi punti deboli. Cominci a sentirti già un po’meno al sicuro, vero?

Pensaci, eri tu che volevi isolare noi e invece siamo stati noi ad isolare te. Tu ci vuoi distanti, tu vorresti che ognuno si chiudesse nella paura e guardasse le altre persone con sospetto. E invece no: noi continuiamo a trovare mille maniere diverse per restare in contatto, riscopriamo modi dimenticati per dirci “ti voglio bene”, ridiamo valore ad ogni istante, ad ogni sorriso, ad ogni battito di cuore.

Io te lo dico, Coronavirus, ma siamo in sessanta milioni a gridarlo: non vincerai. E andrà tutto bene.

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